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Barranco, Lima ‘05. Una donna fruga ricurva dentro un contenitore dei rifiuti, circondata dai suoi sacchetti di plastica già gonfi. Un cane smagrito si gratta lì vicino. Un’altra donna entra in scena, è piccola, curva, si appoggia ad un bastone. E’ vestita in modo corretto, dignitoso, ma si capisce da come si muove, dalla sua spaesata familiarità con i luoghi, da una impalpabile difformità negli abiti e nei gesti, che anche lei è una sbandata, che vive per strada. La nuova arrivata osserva con interesse il lavoro della prima donna, la affianca a piccoli passi, la supera. Poi si ferma, si gira e torna indietro, dritta verso il cane che prima si allontana un poco e poi la guarda con attenzione, con l’aria di chi vuol capire come si mettono le cose. La donna tira fuori allora da un suo sacchetto di plastica qualcosa, lo offre al cane, che alla fine si avvicina e prende il boccone dalla mano protesa. Quindi esce di scena. La prima donna, sullo sfondo, non si è mossa, è ancora ricurva nella sua ricerca. Non saprà mai dell’incontro, che un’altra donna ha offerto un boccone al suo cane, intenerita, innamorata, alle sue spalle. Questa sequenza è stata scattata senza alcuna intenzione narrativa. Ogni foto era nelle mie intenzioni in sé conclusa. Pensavo cioè, come sempre, di intervenire in modo puntiforme sul flusso visivo che si svolgeva davanti a me, di astrarne delle autonome configurazioni spaziali, riservandomi poi di scegliere la foto migliore: con tanti colpi di spillo, come diceva Cartier-Bresson, e nessuna consapevolezza che in realtà stavo ricucendo, seppure a strappi, a scatti, il tessuto temporale dell’azione. Stavo insomma usando la macchina fotografica come una cinepresa, cioè stavo raccontando, come si può verificare vedendo questo video, nato in collaborazione con Camillo Gulotta. Mi sembra solo una curiosità. Un involontario, casuale, salto indietro nel tempo di più di un secolo, quando con ben altro stupore, ben altra eccitazione, si cercava di inventare il cinema, di acquisire cioè il tempo all’universo della riproduzione iconografica. E proprio partendo dalle fotografie, dalla loro prodigiosa riproduzione dello spazio. |