tano siracusa

  Normalmente vediamo le fotografie immerse nel flusso visivo e acustico della nostra esperienza. Per ‘guardarle’ (in spagnolo, in francese e in siciliano questo verbo significa ‘conservare’, ‘custodire’, ma anche in italiano abbiamo ‘guardia’, ‘guardiano’) dobbiamo astrarle da quel contesto e costruirvi attorno una cornice ideale.
  A cinema invece siamo già dentro la cornice, la realtà è stata sospesa, messa fuori campo. I video fotografici impongono una fruizione ‘cinematografica’ delle immagini, affidandone la comunicazione alle suggestioni della musica e senza le informazioni offerte dalle parole, dai testi che normalmente accompagnano le fotografie.
Quello dei video fotografici non mi sembra un ambito linguistico che possa offrire molte variazioni, affidate tutte alla sintassi di un montaggio comandato dal flusso e dai tempi del sonoro. Luogo di confine, di attraversamento fra fotografia e cinema, fa venir voglia di sperimentare ciò che accade oltre quel confine, di cimentarsi con l’immagine in movimento. Almeno è stata questa la mia esperienza.
Il video è una forma di comunicazione ambigua, più ‘autoritaria’ di quella offerta da una mostra o da un libro, nei cui contesti la fruizione visiva - i suoi tempi, la successione delle immagini - viene solo suggerita e soprattutto non viene investita dal coefficiente emozionale aggiunto dalla musica. Ma anche più ‘libera’ perché sottratta al quadro delle informazioni veicolate dal testo, al versante cioè più razionale e logicamente articolato della comunicazione verbale.
  Può essere interessante perciò rivedere in questo sito la stessa fotografia inserita in un video e poi in una normale successione di scatti. Può essere un’ulteriore verifica di quanto le fotografie come ‘segni’ siano sfuggenti e poco affidabili.